martedì 30 novembre 2010
Il *mio* numero 10
Da Kataweb.it.
C’ è sempre un 10 che ricorre nella vita di Francesco Flachi: dal 10 giugno la sua carriera di calciatore si è chiusa per sempre. Maxisqualifica di 12 anni, recidivo all’esame antidoping. La polvere bianca, la cocaina l’ha fregato ancora, l’hanno beccato al Brescia a dicembre dell’anno scorso. La prima volta era successo nella sua Samp, febbraio 2007. Dopo 250 partite e 107 gol (3° bomber doriano di sempre, dietro a Mancini e Vialli) con la maglia blucerchiata, addio Samp. Ricordi amari e salati, come il mare che bagna Genova, ora Flachi li impasta nelle gustose schiacciatine che serve nel locale di famiglia a Firenze, in via XX settembre, a un passo da quello stadio Franchi dove debuttò in viola a 18 anni. Genio ribelle che a intermittenza ha acceso e spento la luce del fantasista, fino al black-out finale. «Se ne sono venuto fuori, è stato grazie all’amore di mia moglie Valentina. Mio padre Giampaolo e mia madre Titti, quando ci sono ricascato mi hanno detto: “Francesco hai fatto un’altra stupidaggine, ma sei nostro figlio e per te la porta sarà sempre aperta…».
Sull’insegna del suo locale, “Panino di categoria”, presto ci metterà sopra il numero 10. Ma quanto conta quel numero nel calcio?
«È il sale di questo sport. Chi porta il 10 sulla schiena sa di essere una persona speciale, l’uomo che deve fare la differenza. Il problema è che non ce ne sono più. Quando smetteranno Totti e Del Piero, assisteremo all’estinzione del numero 10 italiano. L’unico che si avvicina a quella tipologia rara è Balotelli, ma è dovuto scappare in Inghilterra e tra i suoi coetanei non vedo niente di buono all’orizzonte ».
Il suo 10 alla Samp ora lo porta Pazzini, ma il vero 10 è Antonio Cassano che è stato il suo degno erede, genio e sregolatezza.
«In comune con Antonio abbiamo l’estro e purtroppo quell’istinto che a volte ci fa commettere degli errori da scemi. Pur in modi diversi, abbiamo sbagliato e perso l’occasione di vivere altre emozioni forti con quella maglia magica…».
Considerazioni sulla vicenda CassanoGarrone.
«Io non sono certo un santo, ma di sicuro non mi sono mai permesso di rivolgermi nella maniera in cui mi hanno raccontato ha fatto Cassano con il presidente. Ha mancato di rispetto a un uomo più anziano e a quello che fino a un certo punto anche io, come Antonio, ho considerato un padre».
Quando ha smesso di non sentire più Riccardo Garrone come un padre?
«Dopo il casino della cocaina… Riconosco di averla fatta grossa, però da Garrone mi sarei aspettato un po’ più di vicinanza e di comprensione. Questo almeno è ciò che pensavo a caldo, poi con il tempo ho capito che se fosse stato per il Presidente e per la sua famiglia, forse mi avrebbero dimostrato tutta la loro solidarietà, ma qualcuno so che li ha consigliati di comportarsi diversamente e di tenersi a distanza. È andata così…».
Traspare un po’ di rimpianto da questo racconto?
«L’unico rimpianto che avrò sempre è solo verso i tifosi doriani, per averli lasciati in quel brutto modo. Ma loro hanno capito e mi sono sempre stati vicini. Ogni sabato almeno una decina di loro arriva qui al locale direttamente da Genova. Per il 21 marzo 2011 stanno organizzando la mia partita d’addio a Marassi, ci sono già 10mila biglietti venduti. Vuol dire che negli otto anni che ho passato alla Samp qualcosa di buono devo aver fatto…».
Sono molte le cose buone che ha fatto in campo, ma dei suoi errori fuori ne parla mai?
«Sono andato nelle scuole e ne ho discusso con tanti ragazzi, pregandoli di una cosa, di non buttarsi mai via come ho fatto io. A mia figlia Benedetta che ha 9 anni gli ho spiegato che ho smesso con il calcio perché mi hanno trovato positivo all’antidoping. Un giorno forse lo dirò anche a Tommaso che ha 4 anni ed è nato con l’ultimo cromosoma a “testa in giù”, proprio come il padre. Da come calcia il pallone quando giochiamo ai giardinetti, mi fa sperare che un domani si potrà parlare ancora di un altro Flachi…».
Magari un Flachi esemplare in campo e fuori…
«A me fanno un po’ ridere quelli che dicono che il calciatore deve essere un “esempio” per i bambini e per i giovani. Ma come fa a essere un esempio uno che a vent’anni guadagna un milione di euro, ha a disposizione tutte le macchine e le donne del mondo e passa le serate nei locali alla moda tra fiumi di champagne?»
Ma se voi calciatori siete gli idoli della gioventù, perché non dovreste essere anche un modello?
«Il proprio idolo, ognuno dovrebbe cercarlo in se stesso, nei genitori e in tutta quella gente che fa una vita e un lavoro normale. Il calcio a me e alla mia famiglia ha dato tutto e non sputerò mai sul piatto in cui abbiamo mangiato, ma diciamoci la verità, il mondo del pallone è molto al di là di quello reale».
Torniamo alla realtà della Samp che oggi sfida il Milan. Via Cassano l’idolo della Sud resta Giampaolo Pazzini, uno che come Flachi ha dovuto lasciare Firenze per sfondare. Come se lo spiega?
«Eravamo troppo giovani tutti e due con davanti dei giganti alla Fiorentina. Giampaolo aveva Toni e Mutu, io dei fuoriclasse come Batistuta, Edmundo, Rui Costa. Però entrambi abbiamo capito che la Samp è l’ambiente giusto per ricominciare e per togliersi tante soddisfazioni. Io c’ero riuscito, Pazzini è rinato alla grande, oggi è la miglior prima punta italiana».
Qual è stato il miglior allenatore che ha avuto?
«Walter Novellino, il mio vero secondo padre. Mi ha dato tanto e ho cercato sempre di ripagarlo. Mi dispiace che in questo momento non trovi una squadra. Il problema di Novellino è che parla chiaro e ragiona solo con la sua testa, mentre gli allenatori che circolano lo fanno solo con quella dei loro presidenti che gli impongono di valorizzare i giovani per poi rivenderli. Ma se vai a vedere, questi giovani forti che vanno valorizzati non ci sono…».
Mi pare di capire che il calcio di adesso non la diverte più?
«Mi piace la Fiorentina di Sinisa Mihajlovic, ero anche pronto per andare a vederla contro la Juve. Volevo seguirla dalla Curva a Torino, ma senza “tessera del tifoso” non si può. Samp-Milan? La guarderò in tv, come sempre, anche se quando vedo quella maglia mi viene male, penso che forse, nonostante i miei 35 anni, oggi potrei essere lì a sfidare quel genio di Ibrahimovic…».
È il bicchiere della birra, da ingollare con la schiacciatina, che torna ad essere mezzo vuoto?
«No, oggi sono un uomo felice. Finalmente non mi sento più prigioniero delle troppe e inutili regole. Faccio la mia vita in piena libertà, sto imparando un mestiere nuovo che mi piace e mi porta ancora ad avere un contatto diretto con il pubblico. Ho perso tanto lo so, ma ho ritrovato il sorriso e quello l’offro gratis, tutti i giorni».
«Sono andato nelle scuole a parlare ai ragazzi dei problemi che ho avuto con la cocaina Ai miei figli dirò solo di non buttarsi mai via come ho fatto io» «Con Del Piero e Totti si estinguerà il n° 10 italiano Balotelli è uno dei nostri e infatti è dovuto andare in Inghilterra All’orizzonte, non vedo tra i giovani niente di speciale»
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